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Michele dall'Ongaro

Roma, 27/05/2013

Caro Luciano,

non so se dallo stupefacente paradiso dei musicisti dove ti trovi riuscirai a leggere queste righe. Starai chiacchierando con Bach, Monteverdi, Schubert, Mahler, Falla, Puccini a proposito delle volte in cui la tua musica e la loro si sono incontrate, le note intrecciate, i timbri mescolati. Oppure starai ricordando i vecchi tempi con Maderna e Marino Zuccheri, chissà. Però una cosa, tra le tante che mi sono rimaste da dirti, vorrei che la sapessi. Provo a raccontartela.

Eri da poco a Santa Cecilia (che anno? Il 2000?) ed ero venuto a trovarti nell’ufficio “storico” dell’Accademia in Via Vittoria. Dopo un po’ di commenti sulla situazione musicale romana mi accorgo di un pianoforte verticale buttato lì, in un angolo, apparentemente assopito. Te lo eri fatto portare da poco, parente povero del sontuoso ma sfinito strumento a coda usato in gloriose epoche, pare, perfino da Liszt. Dopo un po’ inizi a raccontare cosa ti sarebbe piaciuto fare per la programmazione della stagione ed elencato qualche titolo ti avvicini alla tastiera sussurrando: «per l’inaugurazione però vorrei questo». Ti siedi sullo sgabello e accenni, piano piano, scordandoti rapidamente del tuo ospite…

Mostra i denti il pescecane
e si vede che li ha,
Mackie Messer ha un coltello
ma vedere non lo fa…

Ora, riconoscendo subito L’opera da tre soldi, rimango prima un po’ sorpreso (non pensavo – sbagliando – fosse la tua inaugurazione ideale, che effettivamente poi hai realizzato, con Elio delle Storie tese…) e poi rimango lì, imbambolato, mentre snoccioli tutta la Moritat da capo al fine.

Ben presto inizio a pensare che questo piccolo pezzo di storia della musica ha un unico, fortunatissimo testimone. Un po’ come ascoltare Bach mentre accenna Vivaldi, Brahms canticchiare Schubert. Mi sono sforzato di fissare ogni fotogramma di quel momento, riservandomi, prima o poi di raccontarlo a qualcuno. Lo racconto ora a te, per ringraziarti di quel breve istante di felicità e per avermi offerto il privilegio di condividere un momento molto privato, molto intimo.

Ovviamente non è la cosa più clamorosa di quelle che ti riguardano di cui sono stato testimone. Eppure, quando ti penso, è la prima che mi viene in mente. Un uomo al pianoforte, appena sfiorato (apparentemente) dalla stanchezza e dagli affanni che pure già lo assediavano e che di fronte a un testo amico e amato si trasfigura in pura musica, diventa suono.

Non so, ma ho ricavato l’impressione, da quel momento, che se quel che i musicisti fanno ha un senso deve essere proprio quello, quella cosa che ho visto lì. Una piccola enorme rivelazione.

Caro Luciano, grazie anche di questo, un abbraccio e un saluto a Marino, quando lo incontri.

A presto
Michele